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Ambrogino d'oro per Arjola Dedaj


da Il Corriere Dei Ciechi
di Michele Novaga - (19 gennaio 2017)

Una storia affascinante che parte dal nord e prosegue poi nel nostro paese

Non solo Martina Caironi e Bebe Vio. Le Paralimpiadi 2016 di Rio de Janeiro hanno fatto conoscere al grande pubblico anche altri atleti straordinari. Come Arjola Dedaj, 35enne milanese e italiana ma nata in Albania e che il "Il Corriere dei Ciechi" conosceva già come pluricampionessa di baseball dei Thunder's Five di Milano. Una storia molto affascinante la sua che parte dal nord dell'Albania dove Arjola è cresciuta e poi proseguita nel nostro paese nel 1998 a seguito della decisione di tutta la sua famiglia di andare in Italia in cerca di un futuro fatto di migliori opportunità. Un percorso tortuoso reso più difficile dalla perdita graduale della vista che non ha impedito ad Arjola, soprattutto dopo l'incontro con l'Istituto dei Ciechi di Milano, di realizzare i suoi obiettivi. Ma anche di vedere premiata la sua dedizione e il suo esempio con il più prestigioso dei riconoscimenti della città in cui vive: l'Ambrogino d'oro della città di Milano.

D. Arjola, partiamo proprio dalla fine. Ti aspettavi questo riconoscimento?

R. In realtà mi hanno chiamato quando era già tutto fatto. Cioè al Consiglio comunale di Milano, mi avevano candidato a mia insaputa e me lo hanno comunicato solo la sera, a nomine fatte, chiamandomi per telefono e chiedendomi se ero contenta. Io non sapevo nulla e sono caduta dalle nuvola: "Cosa?! Chi?!". L'ambrogino è un riconoscimento che mi fa ha fatto molto piacere ricevere e del quale sono orgogliosa. Mi fa sentire ancora di più parte integrante di Milano e d'Italia. Il giorno della consegna il 7 dicembre, (giorno di Sant'Ambrogio patrono dei milanesi n.d.r.) la sala del comune era gremita di gente ed è stato per me davvero emozionante. Pur non essendo un medico o un politico, nel mio piccolo con la mia storia spero di poter essere d'aiuto ad altre persone a riprendere in mano la propria vita come ho fatto io dovendo ripartire da zero.

D. Tu sei nata e cresciuta in Albania ma a 17 anni insieme alla tua famiglia hai lasciato il tuo paese per venire a vivere in Italia. E lo hai fatto a bordo di un gommone attraversando il mare…

R. Allora ero una ragazzina e l'ho vissuta come una cosa terrorizzante. Non sapendo nuotare: salire su un gommone e con un contatto così ravvicinato col mare, mi metteva ansia. Avevo paura di finire in acqua o di essere buttata in acqua dagli scafisti dato che c'erano stati dei fatti analoghi in quell'epoca. Per fortuna il mare quel giorno di dicembre era molto calmo e non ho avuto poi particolari paure durante la traversata. Anche se non sono mancati i momenti di panico. Un viaggio tranquillo, tutto sommato, rispetto a ciò che si vede ora in televisione: sono scene molto pesanti.

D. Ti rivedi negli sbarchi dei profughi?

R. Mi immagino la sofferenza che si può provare nel dover abbandonare il proprio paese per via della guerra. In Albania c'era un po' di scompiglio politico-economico e non c'erano le condizioni ottimali per un futuro prospero. Ma quella situazione non è paragonabile a realtà come quella della Siria o di altri paesi africani in cui sono in corso dei conflitti. Gli Albanesi facevano questa scelta per cercare un futuro migliore. E tra l'altro la mia famiglia ed io siamo saliti sul gommone con l'inganno perché ci avevano detto che poi, poco lontano dalla costa, ci avrebbero fatto salire su un traghetto per l'Italia. E invece così non è stato.

D. Come è stato il tuo arrivo in Italia?

R. Dopo essere sbarcati sulle coste pugliesi abbiamo preso un treno per Milano e insieme con mio fratello e mio padre abbiamo raggiunto mia mamma, domestica in una casa di una famiglia di Abbiategrasso.

D. Non deve essere stato facile il tuo inserimento in Italia, non solo per quanto riguarda la tua disabilità visiva ma soprattutto per il fatto di venire da un paese come l'Albania ingiustamente mal considerato dall'opinione pubblica italiana di quel tempo.

R. Sono nata ipovedente e ho perso gradualmente la vista, non saprei neanche dire esattamente quando. Se vivi la disabilità come un ostacolo, un cambio di questo tipo non è mai facile: nuovi ambienti, nuove persone. E poi dover affrontare questo argomento tabù molto sofferto durante l'adolescenza con persone che non conoscevo non è stato semplice. Avevo cercato di nascondere la disabilità prima di accettarla. Ma fino ad allora ho vissuto un po' sospesa senza farmi notare ma anche senza poter far vedere chi fossi veramente. Come albanese in Italia, devo dire che la mia integrazione non è stata molto complessa dal momento che non mi sono mai sentita straniera: parlavo già bene la lingua italiana grazie al fatto che in Albania vedevamo in TV i film e le trasmissioni in italiano. Ma devo dire che sono sempre stata accolta bene dappertutto dalle persone che ho incontrato nei primi anni dopo il trasferimento. E poi sono entrata in contatto con l'Istituto dei Ciechi di Milano.

D. È stata questa la svolta della tua vita?

R. Sì. Nel 2004/2005 ho fatto un corso per computer e da lì è iniziato il mio cambiamento. Il fatto di confrontarmi con persone non vedenti come me che vivevano una vita assolutamente degna, mi ha aiutato molto. Da lì ho iniziato a rendermi conto che anch'io potevo fare lo stesso e ambire a fare quello che mi piaceva poiché i limiti della cecità non riescono a impedirti di fare quello che vuoi. E se la vista è iniziata a peggiorare gradualmente proprio in quel periodo costringendomi a utilizzare il bastone perché andavo addosso alle persone e ai pali e mi facevo male, dopo il corso ho cominciato a lavorare prima come centralinista e poi come guida nel celebre percorso della mostra Dialogo nel Buio.

D. E poi hai cominciato a praticare sport.

R. È vero: prima il baseball per ciechi e la danza e poi, nel 2012, mi sono avvicinata all'atletica. Tutte attività che in adolescenza non avevo mai praticato dato che in Albania la disabilità era considerata una cosa negativa verso la quale non puoi fare nulla e tu eri vista in un certo senso come inferiore.

D. Che lavoro fai ora?

R. Lavoro in Allianz, società di assicurazioni, come supporto e assistenza stradale nell'ambito del progetto Mylight, un sistema studiato per essere utilizzato anche da non vedenti dato che è interfacciato col software usato dai normodotati. Tutti i dati che vengono modificati e corretti rimangano sullo stesso server e così tutti ci possiamo lavorare.

D. Quindi la tua giornata tra allenamenti, lavoro e spostamenti è molto intensa...

R. Mi alzo presto e diciamo che mi aiuta la mia forza di volontà. Ma il fatto di vivere insieme al mio fidanzato, Emanuele Di Marino, anche lui atleta paralimpico, è anche un aiuto dal punto di vista logistico dato che, dopo il lavoro, andiamo insieme ad allenarci. I ritmi coincidono: facciamo due allenamenti al giorno spostandoci da Milano verso l'hinterland. E poi tra lavoro, pulizia della casa, cucina le giornate finiscono presto non lasciandoci neanche tempo per uscire con gli amici e fare vita sociale. Se potessi - e se avessi le possibilità economiche - farei solo attività sportiva. Anche se la volontà mia è quella di far avvicinare le persone non vedenti - ma non solo - allo sport per praticarlo.

D. È questo il progetto che porti avanti con Emanuele?

R. Il nostro progetto in realtà si chiama La coppia dei sogni (www.lacoppiadeisogni.it) dato che viviamo lo sport insieme con l'obiettivo di andare alle Olimpiadi di Tokyo nel 2020. Ma in futuro l'attenzione si sposterà sui giovani che vogliono provare a praticare lo sport: noi daremo supporto a coloro che vorranno provarlo incoraggiandoli.

D. Il 2016 è stato il tuo anno: ti manca qualcosa nella vita per essere felice?

R. Sono e siamo felici, non ho rimpianti anche perché sono brutti da portare appresso. Io tutte le occasioni che ho avuto le ho tentate e ci ho provato sempre. Per chiudere questo cerchio vorrei una famiglia numerosa con dei figli che danno qualcosa in più. Al cuore e alla vita.

Michele Novaga

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