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Rio -84/ Oney primo oro: “Cieco? Una benedizione” Con Arjola l’Italia nuova


da Gazzetta dello Sport
di Claudio Arrigoni - (16 giugno 2016)

Oney Tapia oro nel disco F11 a Grosseto 2016

Oney e Arjola mostrano l’Italia nuova anche nello sport paralimpico. Uno arriva da Cuba, l’altra dall’Albania. Ciechi, per motivi diversi. Diventati italiani dopo essere arrivati in Italia per cambiare la vita. Ora sono stelle dall’atletica paralimpica azzurra. Arjola Dedaj è una vecchia conoscenza di Paralimpici. Ha attraversato il mare per raggiungere la mamma in Italia. Già la vista si stava spegnendo. Smise di vedere, ma non di sognare. Lo sport era anche quello. Iniziò a giocare a baseball per ciechi con il Gruppo Sportivo Non vedenti di Milano. Poi l’atletica. Ha trovato anche l’amore lì: vive con Emanuele Di Marino, altro azzurro (bronzo europeo sui 400m), con problemi a una gamba. L’Europeo a Grosseto l’ha consacrata stella nello sprint e nel salto: doppio bronzo, in 200m e nel lungo.

Oney Tapia è una delle nuove sensazione dello sport paralimpico italiano. Suona il pianoforte. Cammina in montagna. Si rilassa così. A Cuba aveva cominciato con gli sport che sono parte di quell’isola: boxe e baseball, che altro per un bimbo di 10 anni? Perché poi, appena si cresce un poco esce quel che c’è nel sangue della gente dei Caraibi: musica e balli, salsa, bachata e rumba senza soluzione di continuità. Oney mette assieme le due anime della sua vita, fra Cuba e l’Italia, in quello che fa. Quarant’anni, cieco per un incidente sul lavoro dal 2003, è stato suo il primo oro azzurro a Grosseto. Un grande lancio del disco a 42,56 metri, che gli ha dato il primato italiano e la sua prima medaglia internazionale. Quella più pesante.

Siamo nel 2011. Era arrivato in Italia otto anni prima. Anche qui aveva cominciato a fare sport: baseball, lanciatore sul diamante di Verone prima e di Lodi poi, ma anche rugby quando lascia mazza e palle: “E’ lo sport che preferisco. Se potessi ricomincerei”. In quell’anno lavora in parchi e giardini. Si specializza nel “tree climbing”. Sta potando in alto un albero quando un tronco gli cade in testa. Buio. Che rimarrà per sempre. “Una benedizione”: quel che appare un paradosso, per lui non è e gli piace dirlo appena può (lo ha fatto anche a gazzetta.it, nella intervista dopo gara con Elena Sandre e lo trovate cliccando qui). Ricomincia da lì, da quel che non riesce a vedere: “Non potevo fare nulla. Quindi meglio pensare al futuro”. Lo ha fatto. Anche nello sport.

Tre figlie, con l’ultima, Michelle, che non ha mai visto. Ma abbracciato tanto. Abita a Sotto il Monte, il paese di Papa Giovanni XXIII, un passo da Bergamo, dove c’è l’Omero Runners, società fra quelle leader nello sport per non vedenti. Torball e goalball, sport tipici non vedenti, i primi incontrati, e bene, con la partecipazione a tre campionati europei. L’atletica arriva nel 2013, con disco e peso specialità preferite. Subito bei risultati. I Mondiali di Doha 2015 prova generale per l’Europeo in casa: a Grosseto il trionfo più bello, con l’inno d’Italia cantato in maniera trascinante insieme a tutto il pubblico. Anche qui il destino: “Questo doveva essere il momento e qui doveva essere il luogo”, dice. Ora la Paralimpiade, in una atmosfera mai provata: “Per me è un mondo nuovo, non ho la più pallida idea di come sarà, ma certamente un grande spettacolo”.

Claudio Arrigoni

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E noi, proprio noi, non solo vediamo il mondo, ma lo guardiamo dai campi di sci sulle montagne più alte, dalle barche a vela su laghi e mari profondi, dai rettangoli di equitazione, dai diamanti di baseball e dai poligoni di tiro con l'arco, dalle piste di pattinaggio e dai circuiti di atletica, e ancora non abbiamo finito!
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