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Capanna Margherita - Un sogno realizzato.


E' da tanto tempo che avevo nel cassetto il sogno di raggiungere a piedi Capanna Margherita, il rifugio più alto d'Europa a 4554 m. sul livello del mare quasi sulla cima del Monte Rosa. Infatti solo 100 m. scarsi di dislivello ci separavano dalla punta Dufour, il punto più in alto in assoluto della Montagna. Era da tanto tempo che aspettavo e, finalmente, ancora una volta, grazie alla fantastica organizzazione di Sportabili, questo sogno si è realizzato.

Tante le domande che affollavano la mia testa nei giorni precedenti la partenza: "Ce la farò ad arrivare in cima? Come reagirà il mio fisico all'alta quota?" E sì, perché io so come reagisce il mio fisico a 50 m. di profondità sott'acqua, ma non sono mai stato a quote elevate in montagna e non so assolutamente cosa mi devo aspettare. Tutto si può prevedere, ci si può allenare per compiere lunghi tratti con tanto dislivello, ma non si può assolutamente prevedere come reagirà il nostro fisico in alta quota, se non andandoci di persona. I giorni prima di partire li ho passati a ripassare nella mia mente se c'era tutto nello zaino che avevo preparato già prima; inoltre dovevo far stare tutto in un unico zaino che avrei dovuto portare fino in cima e al rientro, non era possibile lasciare nulla nel rifugio Gnifetti dove avremmo dormito prima dell'ultima parte dell'ascesa. In più non dovevo caricarmi troppo perché più lo zaino è pesante e più si fa fatica, quindi anche l'ottimizzazione dei pesi è molto importante. Insomma tanti punti interrogativi affollavano la mia mente fino al giorno prima di partire; una sola cosa era certa: Era arrivato il momento di provarci e io volevo assolutamente arrivare in cima!

Il programma è stato strutturato in 4 giorni. Il Giovedì 14 Luglio siamo partiti dalla Stazione FF.SS. Centrale di Milano dopo aver aspettato Gabriele che arrivava da Terni in treno. Lì, insieme ad Edoardo e Grazia, con la macchina di Edoardo siamo partiti alla volta di Gressoney. Era previsto di alloggiare in un albergo per poi partire l'indomani per la salita. La sera, dopo cena, abbiamo fatto un'attenta verifica di tutti i materiali e del contenuto degli zaini che avremmo dovuto portarci. Abbiamo verificato che i ramponi fossero regolati a dovere, che i bastoni da montagna fossero integri e che tutto il vestiario necessario fosse presente. Il momento dell'inizio dell'ascesa si avvicinava sempre di più, questo momento di verifica mi faceva sentire come qualcuno che deve partire per una grande missione. La notte è trascorsa tranquilla e la colazione del Venerdì 15 Luglio è stata ricca e abbondante: giusto preludio ad una giornata impegnativa.

Avremmo dovuto affrontare la salita fino a punta Indren facendo 3 tronconi di impianti di risalita e, invece, con mia grande gioia, abbiamo deciso di saltare il primo troncone di telecabina e salire da Stafal a Gabiet a piedi compiendo i primi 500 m. di dislivello. E' stata una salita tranquilla con sentiero facile da percorrere. Ho potuto immergermi ben bene nella natura circostante e cominciare davvero ad assaporare la montagna che stavo affrontando. Arrivati a Gabiet avevamo 2 possibilità: arrivare al Passo dei Salati a piedi, percorrendo una strada lungo la pista di sci oppure utilizzare il secondo troncone di telecabina. Percorrere a piedi tutto il tratto ci avrebbe impegnati per 1 ora e mezzo e, inoltre, eravamo un po' stretti con i tempi. Su consiglio di Edoardo abbiamo deciso di prendere il secondo tratto di telecabina risparmiando così anche le energie per il giorno dopo. Al Passo dei Salati avevamo appuntamento con le altre 4 guide con cui saremmo andati fin su a Capanna Margherita. Decidiamo, quindi, di attendere gli altri compagni di viaggio seduti comodi comodi in un rifugio lì vicino dove, poi, abbiamo anche consumato il nostro pranzo. Puntuali come orologi sono arrivati Fabio, Roberto, Beppe e Aldo, 4 guide alpine della zona che conoscono benissimo il monte Rosa e che ci avrebbero condotti fino alla meta. Durante il pranzo abbiamo fatto conoscenza e abbiamo anche raccontato un po' il nostro passato alpinistico. Questo ci è servito per affiatarci bene tutti quanti e per far sì che l'impresa riuscisse al meglio. Avevamo pianificato di prendere la funivia fino a Punta Indren non oltre le 14:30 per arrivare larghi con i tempi al rifugio Gnifetti. E così, in meno di mezz'ora, siamo arrivati a quota 3200 m., Punta Indren, dove avremmo poi cominciato a camminare per arrivare al rifugio Gnifetti a quota 3600 m. Inizialmente abbiamo incontrato un vasto nevaio che abbiamo percorso in poco tempo con qualche piccola difficoltà a mantenere un buon passo perché si tendeva a scivolare un po'. Dopo questo lungo nevaio abbiamo percorso un tratto su roccia con una parte attrezzata con corde fisse: non è stato difficile salire e le mie guide Beppe e Fabio mi hanno dato preziose indicazione per procedere agevolmente lungo la via. Dopo questo intermezzo roccioso, vi è un altro tratto innevato: qui si passa dapprima sulla piana del rifugio Mantova, uno dei 2 rifugi scelti per passare la notte da chi vuole raggiungere Capanna Margherita e, successivamente, dopo 200 m. di dislivello si raggiunge il rifugio Gnifetti dove dovevamo dormire noi. Verso le 16:30, perfettamente secondo la nostra tabella di marcia, raggiungiamo la meta della giornata a quota 3600 m. Lì un brivido mi corre lungo la schiena: non ero mai arrivato così in alto e non avevo nessun problema legato alla quota. Lì, proprio vicino a me, c'era, invece, un ragazzo di un altro gruppo che, già a quella quota, manifestava segni di nausea, mal di testa e affaticamento. Io, fino a quel momento, stavo bene ed ero felice di essere arrivato fino a lì. Le ore successive le abbiamo passate a sistemarci nelle camere, riposarci, riordinare il vario materiale e, cosa da non sottovalutare, abbiamo mangiato una ricca cena che ci ha ricaricati ben bene per affrontare l'ultima parte dell'ascesa. Ci siamo coricati presto perché la mattina dopo bisognava alzarsi molto presto. La notte è stata un inferno: avevo caldissimo, mi sembrava di stare in sauna. Indossavo solo un paio di slip ed ero avvolto nel mio sacco-lenzuolo ed ero coperto dal piumone fornito dal rifugio. All'inizio stavo benissimo poi, dopo poco tempo, ho cominciato a sudare, avevo tachicardia, come se fossi in sauna. Per cercare di abbassare un po' la temperatura di quel "forno" ho messo fuori un piede, ma la situazione non cambiava di molto. Non potevo neanche scoprirmi troppo se no prendevo troppo freddo e rischiavo di ammalarmi. Non volevo neanche dormire vestito perché volevo stare comodo: insomma un vero e proprio patimento! In questa situazione ho dormito solo 2 ore in tutta la notte e, per di più, a tratti alternando sonno e veglia madido di sudore. Che incubo!

Sabato 16 Giugno. La sveglia è suonata alle 04:00, finalmente! Quella notte di torture era finita ed era ora di prepararsi per raggiungere la Capanna. Una ricca colazione molto proteica mi ha rinfrancato e preparato alla giornata. In breve tempo, poi abbiamo cominciato a prepararci per uscire. Ogni mio gesto era misurato, controllavo e ricontrollavo tutto affinché fosse in ordine e che non mancasse nulla. Riordinai anche lo zaino per renderlo il più confortevole possibile il gran momento dell'uscita si avvicinava sempre di più. La cosa che decretò l'inizio dell'ascesa è stato quando ho indossato gli scarponi: controllai per 2 volte l'allacciatura, regolai la giusta tensione dei lacci in modo da sentire il piede ben avvolto, ma non troppo stretto, volevo assolutamente che quegli scarponi fossero belli comodi. Ed infatti fu così: a fine giornata dopo tutto quel camminare in salita e in discesa non ha avuto nessun problema, neanche una minima fiacca sulla pianta del piede o sulle dita: gli scarponi si sono comportati davvero bene! Uscimmo dal rifugio tuffandoci nell'alba del nuovo giorno camminando su quella bella distesa bianca. Dopo pochi metri arrivò l'ora di calzare i ramponi: i miei erano nuovi, non li avevo ancora mai usati e, anche loro, si sono dimostrati veramente validi. Calzavano perfettamente e formavano un tutt'uno con gli scarponi fornendomi un appoggio sicuro ed una tenuta davvero ottima! Un'altra operazione molto importante, subito dopo aver messo i ramponi, è stata legarci insieme per formare la cordata. Io avevo 2 guide: Beppe, che stava davanti e Fabio che chiudeva la cordata. Per legarci all’imbrago io ho usato un nodo chiamato Bulino fatto dopo aver confezionato sulla corda un'asola distanziatrice. Beppe, che teneva la corda non utilizzata nello zaino, ha usato un auto-bloccante mentre Fabio, l'ultimo della cordata, si è assicurato con un doppio 8. A questo punto eravamo proprio pronti ed è così che è cominciata la nostra lunga marcia. Procedevamo di buona lena, addirittura, lungo il percorso, riusciamo anche a superare altre cordate. Siamo partiti con l'alba e, vedere il sole che sorge che si appoggia sul massiccio Monte Rosa, è qualcosa di spettacolare ed indimenticabile. Durante questa lunga progressione non ho utilizzato la piccozza, ma un bastone da montagna: mi era più comodo e la pendenza non era così elevata da dover utilizzare la piccozza. L'ho utilizzata solo nell'ultimo tratto, prima di arrivare a Capanna Margherita: lì sì che il tratto era davvero ripido e senza piccozza non ce l'avremmo mai fatta! Il tempo era bello, il sole splendeva, ma un vento freddo e rafficato sferzava di tanto in tanto la nostra faccia e, particolare non trascurabile, soffiava la neve fresca rischiando di cancellare l'unica traccia disponibile per la salita. Di tanto in tanto mi fermavo per qualche secondo di pausa che sfruttavo per bere. I problemi sono arrivati intorno ai 4000 m., poco dopo il colle del Lys. Ad un certo punto ho sentito un blocco alle gambe, come se qualcuno fosse lì a tenermi le gambe ferme: le sentivo inchiodate, che non andavano né più avanti, né più indietro. Più cercavo di contrastare questo fenomeno e più le gambe non rispondevano più. Allora, anche su consiglio delle guide, mi sono fermato per una pausa di 3 minuti dove ho potuto respirare a pieni polmoni per cercare di dare un po' di ossigeno ai muscoli. Giusto prima di ripartire, ho mangiato una barretta energetica che mi ha fatto rinascere! Infatti, appena siamo ripartiti io non ho più avuto nessun problema, né di mal di testa, Né nausea, né disorientamento o tachicardia. Procedevo con grande attenzione a seguire molto bene la corda e ad ascoltare i consigli delle guide. E così, senza quasi accorgermi, siamo arrivati ai piedi dell'ultimo muro finale dove abbiamo utilizzato la piccozza per salire. Ormai eravamo arrivati, dovevamo solo raccogliere le ultime forze ed arrivare là. In un batter d'occhio arrivai alla Capanna Margherita, 4554 m. di altitudine: avevo coronato il mio sogno, ce l'avevo fatta, dopo tanta fatica anch'io sono arrivato lì! Abbiamo impiegato solo 4 ore a salire dal rifugio Gnifetti fino a Capanna Margherita, siamo stati bravissimi, abbiamo rispettato le indicazioni del C.A.I. La cosa non mi interessava molto, però mi ha fatto capire che io, pur vedendo pochissimo, nei tratti di ghiacciaio o simili, vado esattamente come chi vede impiegandoci lo stesso tempo: per me è una piccola forma di orgoglio personale, una sorta di "riscatto" verso una società che, nel bene o nel male, ci mette un po' da parte. Là in montagna ho potuto dimostrare a me stesso e agli altri che siamo uguali: quello che conta non è tanto la vista che, sicuramente aiuta, ma è l'allenamento, la determinazione, l'addestramento alla fatica, la voglia di arrivare; ebbene sì, queste qualità io le ho tutte e, per questa impresa, mi sono servite tutte! L'altra cordata, quella composta da Gabriele, Roberto e Aldo, è arrivata mezz'ora dopo di noi. Purtroppo la terza, poco prima del colle del Lys ha dovuto rinunciare e rientrare: Grazia, una nostra amica siciliana, membro di quella cordata, ha manifestato evidenti sintomi di mal di montagna riferendo forti capogiri, nausea, affaticamento e vomito. In queste condizioni non si può proseguire la salita ed occorre rientrare per riposarsi e reidratarsi per bene. E' stato un peccato che Grazia non ce l'abbia fatta, era da tempo che voleva arrivare fin lassù e aspettava da tanto anche lei questo momento: purtroppo il suo fisico non le ha permesso di raggiungere l'obiettivo. Sicuramente sarà stata contenta di averci provato ma, soprattutto, non può rimproverarsi nulla perché la determinazione e la voglia c'erano tutti, mancava solo il fisico. Là a quella quota io, come anche le guide, avevo un po' di mal di testa e lo sentivo di più quando cambiavo posizione, per esempio da accovacciato ad in piedi o da in piedi a seduto. Comunque mi dicevano che era tutto normale e che faceva parte dell'esperienza. Siamo rimasti lì fino alle 11:00 sorseggiando un bel bicchierone di thè caldo e riposandoci un po'. Prima di ripartire abbiamo recuperato zaini e materiale vario, ci siamo riuniti tutti insieme fuori dal rifugio per immortalare l'evento e, di gran carriera, abbiamo ripreso la marcia per rientrare. Avremmo dovuto raggiungere la funivia di Punta Indren prima che chiudessero gli impianti e cioè prima delle 16:00. Con grande stupore ci abbiamo impiegato solo 3 ore perché siamo arrivati a Punta Indren alle 14:00, molto prima del previsto. Anche lungo la discesa, che di per sé non ha presentato particolari problemi, ho avuto un momento di crisi intorno a 4000 m. In quel caso ho sentito un gran mal di testa, ho avuto un po' di capogiro e anche una sensazione di disorientamento tanto che non riuscivo a camminare dritto benché vedessi la corda davanti a me. Ogni 2 passi ero fuori dalla traccia e questo mi faceva fare il doppio della fatica. Decisi di fermarmi per qualche minuto di sosta: lì ho bevuto un po' d'acqua, ho fatto dei bei respiri profondi e, poiché il mal di testa non mollava, presi anche 1000 mg. di Paracetamolo seguendo il consiglio di Fabio. Ripresi la marcia e, dopo 10 minuti, cominciato l'effetto della pastiglia, mi sentii rinato, come se nulla fosse successo! Ci fermammo solo qualche minuto sulla piana del rifugio Mantova per riporre ramponi e corda nello zaino e riprendemmo la nostra discesa. I quadricipiti erano in fiamme, ogni passo era una fiammata, ma la voglia di arrivare in fondo era tanta e quindi non ci siamo mai fermati. Anche il pezzo di sentiero attrezzato con corde fisse non ha presentato problemi in discesa e il grande nevaio finale, giusto sopra la partenza della funivia ci ha anche regalato momenti di scivolate divertenti. Arrivati alla partenza della funivia il caldo era davvero tanto, anche se eravamo a 3200 m. Rispetto ai -10° che, visto il vento forte, venivano percepiti come -20°, era veramente caldo. Non so esattamente quanti gradi ci fossero, però ho fatto anche in tempo a bruciarmi un po' la faccia dal sole, nonostante l'abbondante strato di crema protettiva che la copriva. Arrivati a Stafal abbiamo recuperato l'auto di Edoardo e abbiamo raggiunto Grazia e il suo amico che ci aspettavano a Gressoney. Lì abbiamo chiuso l'impresa riunendoci intorno al tavolo di un bar a bere una bevanda fresca e a rifocillarci un po': io, lungo tutta la giornata, avevo mangiato solo 2 barrette energetiche, qualche pezzo di frutta secca e un po' di thè. Al bar ognuno di noi ha raccontato un le sue impressioni sull'impresa riuscita e Edoardo ci ha ringraziati tutti con un discorso semplice ma spontaneo e, soprattutto, che veniva dal cuore. Siamo poi rientrati in albergo per riposarci e, dopo una cena veloce in una pizzeria di S. Jean, abbiamo cercato una guardia medica. Gabriele non aveva messo gli occhiali da sole per tutto il giorno e il sole e il riverbero della luce sul ghiaccio gli avevano bruciato gli occhi: aveva un dolore fortissimo e lacrimazione profusa. Purtroppo le farmacie erano tutte chiuse perché erano le 22:00 e siamo dovuti arrivare fino a Gabi per far visitare Gabriele da una guardia medica che gli ha anche fornito i colliri necessari per curare il disturbo.

Domenica 17 Luglio. Dovevamo solo rientrare a Milano e prima di riprendere la strada verso la città Lombarda, ci siamo fermati ad Arnad, famosa per il suo lardo molto aromatizzato e dal sapore gradevole e vellutato, per fare gli ultimi acquisti prima del rientro. Lungo la strada non abbiamo trovato impedimenti e verso le 13:30 - 14:00 siamo arrivati a Milano che ci ha accolto con una calura esagerata.

Non smetterò mai di ringraziare Edoardo, Sportabili e la Guardia di Finanza che, ancora una volta, mi hanno regalato forti emozioni e una compagnia di amici fantastici. Ho un altro sogno nel cuore: quello di arrivare in cima al Monte Bianco a 4810 m. Spero, prima o poi, di realizzare anche questo!

Grazie a tutti e a risentirci alla prossima avventura!

cima-monte-rosa-2016

Diego Chiapello

E noi, proprio noi, non solo vediamo il mondo, ma lo guardiamo dai campi di sci sulle montagne più alte, dalle barche a vela su laghi e mari profondi, dai rettangoli di equitazione, dai diamanti di baseball e dai poligoni di tiro con l'arco, dalle piste di pattinaggio e dai circuiti di atletica, e ancora non abbiamo finito!
Non ci servono occhiali per vedere questo mondo meraviglioso, lo vediamo attraverso lo sport!

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